Igor Protti, capo degli ultrà

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Quando dovevo raccontarti a mio figlio, che è nato nel 2007 e non ha avuto la fortuna di vederti in campo, la prima cosa che ho fatto è stato metterlo davanti alla TV e fargli vedere il goal di Treviso.

Non perché sia la tua rete più bella tra le tante che hai segnato ma ovviamente per quello che ha rappresentato: era la storia che cambiava direzione, il tappo che saltava, un popolo di tifosi che rialzava la testa grazie a te.

Però mi sono subito reso conto che quello era solo il finale, una piccola parte della storia che da sola non raccontava a Matteo quello che volevo trasmettergli.

Quindi sono partito dall’inizio: dalla promessa che facesti, dal tuo ritorno, dalle delusioni, le sconfitte, la rabbia, la frustrazione, l’impotenza, le lacrime di Como, i derby vinti, le 10 giornate di squalifica, la beffa con lo Spezia, tutto il racconto, dal principio. Perché un finale, per quanto meraviglioso, ha poco significato senza ciò che lo ha preceduto.

Quello di Treviso poteva essere uno dei tanti goal di un ricco viziato venuto a svernare in riva al mare, un semplice atto meccanico privo di significato. Per capire quel pallone che entra in porta e quella corsa sulla rete bisognava aver vissuto i 20 anni precedenti, una sorta di via crucis collettiva. E quindi bisognava capire chi era Igor, il 10 da Rimini che è diventato più livornese di uno del Pontino.

Un Uomo che non ha MAI tradito, quello che mi faceva dire “Bimbi, tranquilli, c’è Igor in campo” anche quando tutto sembrava perduto. Non avevamo solo il grande calciatore con la nostra maglia addosso, avevamo nostro fratello su quel prato, un fratello tifoso del Livorno più di noi, uno che avrebbe lottato fino al limite per quel colore, oltre il limite. “C’è Igor, bimbi, ci pensa lui”. E tu l’hai fatto, ogni giorno che hai condiviso con noi.

Hai messo in campo la determinazione, il furore, la tua classe, hai messo tutto al servizio della maglia e della tua gente e noi questo lo sentivamo sulla pelle, nessuno ce lo raccontava, era una sensazione tangibile, un dato di fatto che messo sopra una bilancia avrebbe mosso l’ago di qualche tacca.

Sei stata la nostra garanzia, sempre, anche quando sei tornato da dirigente e ci hai preso di nuovo per mano facendoci salire quella scala che senza di te, sarà un caso, scendiamo alla velocità della luce.

Oggi ci vedremo di nuovo a casa nostra e sarai sotto la tua curva e lì per sempre resterai.

Perché ora Igor lo conoscono anche i nati nel 2007, nel 2008, nel 2010 e lo conosceranno quelli che verranno al mondo stanotte, domani, fra un mese. Come io so chi è stato Armando Picchi senza averlo mai visto giocare. Perché ci sono uomini che sopravvivono a loro stessi grazie a ciò che hanno fatto ma soprattutto grazie a ciò che hanno rappresentato per chi li ha accompagnati.