Continue collisioni, finte dimissioni, auto compassioni

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Per mesi, questa pseudo-società ha collezionato errori su errori, gestendo la squadra con una modalità che definire dilettantistica è persino generoso.

Decisioni incoerenti, comunicazione assente o arrogante, e un atteggiamento che ha seminato rancore tra i tifosi: questo è il bilancio di una dirigenza che ha smarrito il senso della responsabilità e del rispetto verso la propria comunità sportiva.

Oggi, dopo aver alimentato tensioni e fratture, la società tenta un’operazione di facciata: chiamare a raccolta i tifosi per riempire lo stadio. Ma la risposta è chiara e inequivocabile: la tifoseria non ci sta.

Nonostante l’amore profondo per l’amaranto, i sostenitori hanno scelto la via della protesta silenziosa, disertando le tribune. Una scelta che non nasce da un capriccio, ma da una ferita aperta che non può essere rimarginata con slogan e promesse tardive.

Sul web, un piccolo gruppo di sportivi (?) prova a giustificare il disinteresse dei tifosi puntando il dito contro il basket cittadino, oggi protagonista di una stagione sin qui entusiasmante. Ma questa è una scusa che non regge.

Il basket non ha alcuna colpa: il suo successo è frutto di un lavoro serio e lungimirante. I dirigenti delle due squadre cestistiche hanno investito tempo e risorse per costruire team competitivi e, soprattutto, per avvicinare i tifosi con iniziative empatiche e inclusive, capaci di coinvolgere giovani e famiglie. L’esatto contrario di quanto fatto dal calcio, dove regnano improvvisazione e arroganza.

Dire che la gente preferisce il basket al calcio è una semplificazione fuorviante. Se nel calcio si fosse lavorato con professionalità e rispetto, lo stadio sarebbe pieno. Punto. Invece, la realtà parla di una società che ha tradito la fiducia dei suoi sostenitori, e oggi paga il prezzo di scelte sbagliate e di una comunicazione ostile.

A peggiorare il quadro anche una parte della stampa locale, che ha contribuito al disastro evitando di criticare l’operato della dirigenza e, anzi, sostenendolo in maniera acritica. Un silenzio complice che ha aggravato la distanza tra club e tifoseria.

Ora, di fronte a uno stadio semivuoto e a un clima teso, la società tenta un ridicolo rimpasto, illudendosi di poter ricostruire un rapporto che è oramai compromesso.

Ma la verità è semplice: gli unici responsabili di questa crisi sono i dirigenti. E finché non ci sarà un cambio radicale di mentalità e di persone, ogni appello alla “unità” resterà una voce nel deserto.